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Il tutto per luomo
Ma la conclusione a cui arriva lEcclesiaste è proprio questa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti: Chi non ha letto il libro potrebbe pensare che lautore sia un tipo un po allantica, uno di quei dogmatici intransigenti che, in nome di astratti imperativi etici, proibiscono a sé e agli altri di godere senza troppi scrupoli le tante cose buone che ci sono nella vita. Ma non è così. Io ho detto in cuor mio: «Andiamo! Ti voglio mettere alla prova con la gioia, e tu godrai il piacere!» (Ec 2.1). Anche lEcclesiaste avrà sperimentato, come tutti noi, quegli acuti sentimenti di insoddisfazione che segnalano un vuoto, qualcosa che dovrebbe esserci e non cè, qualcosa che la vita offre ma non viene sperimentato, e che dunque deve essere ricercato. LEcclesiaste non ha voluto restare con il dubbio che il senso di vuoto da lui provato potesse essere causato dal fatto che gli mancasse qualche esperienza di felicità. Essendo un potente re dIsraele, non ha avuto difficoltà a procurarsi tutto quello che desiderava: piaceri della tavola, realizzazioni architettoniche, gratificazioni artistiche, soldi, comodità, donne. Tutte le cose piacevoli che la vita poteva offrire, lEcclesiaste le ha ottenute. E tutto quello che ha raggiunto è espresso in queste parole: Perciò ho odiato la vita, perché tutto quello che si fa sotto il sole mi è divenuto odioso, poiché tutto è vanità, un correre dietro al vento (Ec 2.17).
E importante sottolineare la parola tutto. Sappiamo bene che nella vita ci sono piaceri frivoli e vacui che non vale la pena di inseguire; ma sappiamo anche che la vita sa offrire molte cose valide e belle; e siamo capaci di fare le dovute distinzioni: questi piaceri sono buoni, questi altri sono cattivi; questi sono leciti, questi altri sono illeciti: i primi sono da ricercare, i secondi da fuggire. Ma lEcclesiaste dice, dopo averne fatto personale esperienza, che tutto è vanità. Questo vuol dire che da nessuna parte sotto il sole esiste qualcosa che possa colmare il senso di vuoto che afferra chi vive in una realtà distaccata da Dio. E vano sperare di trovare sotto il sole un rimedio alla vanità: tutto è vanità. Chi non crede questo ed è convinto che da qualche parte sotto il sole ci sia qualcosa che possa riempire la vita, è destinato a fare lesperienza dellEcclesiaste: dopo averle provate tutte, le illusioni cadranno ad una ad una e alla fine si farà avanti lo spaventoso pensiero che il vuoto è incolmabile. Non è strano, in queste condizioni, che si arrivi a odiare la vita. Ma allora è proprio vero, penserà qualcuno, che lEcclesiaste è un libro tetro, pessimista. Se anchio penso così, e per questo motivo non mi sento attratto da questo libro, probabilmente vuol dire che ho un particolare bisogno di rileggerlo e di meditare sulla sua conclusione: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo (Ec 12.13). Forse avrei preferito che lEcclesiaste avesse usato un po più di moderazione: avrebbe potuto dire che quasi tutto è vanità, e avrebbe potuto invitarci a scegliere, tra le molte cose inutili e nocive, le poche cose utili e buone. Ma se tutto, proprio tutto, è vanità, come si fa ad evitare che il senso di vuoto ci attanagli? LEcclesiaste non ammorbidisce il suo discorso, non fa come certi padri cristiani che nel timore vedere i figli sganciarsi da loro e andarsi a cercare i piaceri nel mondo fanno capire che la frase di Gesù: Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo (Lu 14:33), non deve essere presa troppo alla lettera. In fondo - si pensa - è comprensibile che i giovani si prendano le loro legittime soddisfazioni. Il rimedio dellEcclesiaste al tedio della vita non consiste nellattenuare il suo discorso, ma nel portarlo fino alle sue estreme conseguenze. E le conclusioni a cui arriva sono due: una intermedia e una conclusiva. Quella intermedia è: Tutto è vanità; quella conclusiva è: Temere Dio e osservare i suoi comandamenti è il tutto per luomo. Sembra che oggi i cristiani sopportino male le forti contrapposizioni bibliche come vita-morte, luce-tenebre, verità-menzogna, salvezza-perdizione. Si preferisce parlare in forma sfumata, attenuata. Naturalmente, parole taglienti di Gesù come Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio, la salverà (Lu 9:24) non vengono negate; si cerca però di inserirle in un discorso complessivo più ampio e ben calibrato, in modo da non turbare troppo né chi ascolta né chi parla. La Bibbia invece è un libro di forti contrasti: il paesaggio che descrive ha picchi altissimi e baratri spaventosi. Anche il libro dellEcclesiaste non fa eccezione. Cè un tutto negativo che conduce alla morte e un tutto positivo che conduce alla vita. Non ci sono altre possibilità. Non si prendono in considerazione casi intermedi, perché le questioni di vita e di morte non si esprimono in termini di percentuale. Sotto la guida di Dio, lEcclesiaste è portato dalla sua esperienza a soffermarsi principalmente sul tutto negativo. Descrivendo estesamente i suoi tentativi di raggiungere la felicità e riportando con sincerità le analisi e le riflessioni che lhanno condotto a riconoscere amaramente che tutto è vanità , lautore del libro fa un grande uso della prima persona singolare: Io ho visto, io ho detto, io ho riconosciuto, io ho esaminato, io mi sono applicato, io ho trovato, io presi la decisione, io intrapresi grandi lavori, ecc.. Manca del tutto, in questi passi e nel resto del libro, lespressione tipica della Scrittura: Così parla lEterno. Sembra che lEcclesiaste abbia voluto, per un certo tempo della sua vita, verificare fin dove si può arrivare senza ascoltare altre voci e ubbidire ad altri stimoli che non siano i propri pensieri e i propri desideri. Quello che alla fine arriva a dire è noto: Tutto è vanità. Ma perché tutto? Perché sono considerate vanità anche cose che in sé sembrano buone e lecite, come edificare case, piantare vigne, costruire parchi e giardini. Vane non sono le cose, vano è luomo che si illude di raggiungere, attraverso il conseguimento di obiettivi scelti in completa autonomia, quella pienezza di vita di cui ha estremo bisogno e che inutilmente ricerca nella felicità che spera di trovare nelle cose. Luomo che si è allontanato da Dio ha un vuoto di dimensione infinita dentro di sé, e la speranza di riuscire a colmare questo vuoto infinito gettando in esso un numero sempre maggiore di oggetti finiti non può che far crescere la disperazione. E infatti lEcclesiaste lo ammette: Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza su tutta la fatica che ho sostenuta sotto il sole (Ec 2:20). Ma riconoscere che tutto è vanità, se forse è stata la conclusione di un cammino di esperienza dellEcclesiaste, è soltanto linizio del discorso contenuto nel suo libro. Un inizio che forse si prolunga per molte pagine, ma che in ogni caso non costituisce la conclusione del suo discorso. La conclusione, come sappiamo, è un altra: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo (Ec 12.13). Lautore del libro non si sofferma molto a descrivere il tutto positivo a cui mirava fin dallinizio Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te (Sl 73:25). Anche il salmista sottolinea, con altre parole, che per luomo, Dio è il tutto: non esiste, non deve esistere né in cielo né sulla terra altro oggetto di desiderio fuori di Lui. Tutte le altre realtà, persone e cose, pensieri e propositi, trovano il loro giusto posto solo in Dio, e non accanto a Dio. Fuori di Lui non cè salvezza, né eterna né temporale, né in cielo né sulla terra. Poiché lEcclesiaste non possiede ancora la rivelazione piena della volontà salvifica di Dio, come poi si è espressa nel Signore Gesù Cristo, non è strano che nel suo libro manchino indicazioni complete e precise su quello che significa oggi temere Dio e osservare i suoi comandamenti. Altre parti della Scrittura, soprattutto del Nuovo Testamento, servono a questo scopo. Ma se lEcclesiaste non si addentra nella descrizione esauriente di quella che è la giusta Via, certamente si può dire che la indica in modo molto chiaro. E in modo ancora più chiaro indica e descrive con abbondanza di illustrazioni, riflessioni e ammonizioni la fallacità illusoria di ogni altra via che non sia quella del timore del Signore. E dei suoi severi ammonimenti abbiamo oggi un urgente bisogno. Ne abbiamo bisogno anche e proprio noi che ci confessiamo discepoli di Gesù Cristo, perché il tempo in cui viviamo è un tempo di seduzione. Una seduzione che assume spesso la forma dellinvito a godere il piacere (Ec 2.1); invito che naturalmente arriva corredato da unabbondanza di argomenti psicologici e teologici. Tuttavia, in questo libro che a qualcuno può sembrare tetro e deprimente si trovano inaspettati riferimenti alla gioia: Va', mangia il tuo pane con gioia, e bevi il tuo vino con cuore allegro, perché Dio ha già gradito le tue opere (Ec 9:7). Luomo che ha voluto mettere il suo cuore alla prova con la gioia e che dalla sua ostinata ricerca di piacere è uscito mortalmente disilluso, sa inserire nelle sue cupe riflessioni un vero e proprio inno alla gioia: Così io ho lodato la gioia, perché non c'è per l'uomo altro bene sotto il sole, fuori del mangiare, del bere e del gioire; questo è quello che lo accompagnerà in mezzo al suo lavoro, durante i giorni di vita che Dio gli dà sotto il sole (Ec 8:15). Forse può sembrare un discorso un po materialista; forse ci saremmo aspettati un linguaggio più spirituale. Ma anche qui, lattenzione non deve essere posta sulle cose: quello che conta non è il rapporto delluomo con le cose, ma il rapporto delluomo con Dio. Chi cerca la felicità nelle cose senza interessarsi di Colui che ha creato ogni cosa, è destinato a inseguire per tutta la vita un sogno ingannevole che lo porterà ad odiare la vita. Luomo che resta lontano da Dio e cerca la felicità nelle cose, non riesce mai a trovarla. Quindi è costretto a spingersi sempre più avanti, verso cose sempre più sofisticate, per arrivare infine a riconoscere che sta cercando qualcosa che non cè. Trova il vuoto, la vanità. Non vuole ammetterlo, ma la fame che lo rende insoddisfatto è la necessità profonda di avere un rapporto vitale con il suo Creatore. E alla ricerca di qualcosa che sostituisca Dio, seguendo una spinta interna che gli è stata data proprio al fine di condurlo a Dio. Ma poiché Dio non ha sostituti, quello che trova è il vuoto. Il rapporto tra Dio e luomo non si stabilisce, e luomo resta con una fame che nessuna cosa creata può appagare. Al contrario, luomo che, invece di cercare affannosamente quello che presume essere il suo bene, si mette nella posizione di disponibilità a ricevere i beni che Dio vuole donargli, cominciando dal bene preziosissimo della Sua parola, risulta gradito a Dio e riceve da Lui il dono della gioia. Il fondamento della gioia non sta dunque nelle cose, ma nel vivente rapporto damore tra il Creatore e la creatura. Luomo che dà gloria a Dio accettando e vivendo questo rapporto damore non ha bisogno di piaceri sofisticati per sentirsi appagato: può mangiare il suo pane con gioia, e bere il suo vino con cuore allegro, perché sa che Dio, nella Sua grazia, lo gradisce. Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce! (Lu 2:14). LEcclesiaste non ci accompagna per un lungo tratto sulla via giusta, perché la sua preoccupazione principale è quella di far capire quanto sbagliate siano tutte le altre vie tentate dalluomo; ma lindicazione che da lui riceviamo è chiarissima: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo (Ec 12.13). Con la Parola Dio ha creato il mondo: quindi per ogni essere creato non ci sono spazi possibili al di fuori della Sua parola. Non ci sono per luomo zone neutre esterne alla vita: tutto quello che luomo pensa, decide e fa avviene nella vita. Dunque la vita è il tutto per luomo; e affinché non sia perso per leternità, questo tutto deve coincidere con lascolto della Parola di Dio, che è la fonte eterna della vita. Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio (Mt 4.4) LEcclesiaste descrive molte vie sbagliate e indica una sola via giusta. Alla luce di tutto il messaggio biblico, sappiamo che la via indicata dallEcclesiaste può essere soltanto Colui che ha detto di sé: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14.6). Temere Dio deve significa riconoscere pienamente la dignità divina della Sua persona; osservare i comandamenti significa sottometterci incondizionatamente allautorità normativa della Sua parola. Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14:21). Marcello Cicchese |